Intervista a Massimo Bonelli - parte 2

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Intervista a Massimo Bonelli - parte 2

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Tra gli artisti più recenti in ambito rock ce n'è qualcuno che l’ha colpita e che secondo lei potrebbe davvero fare la storia del rock oppure crede che non si potrà mai tornare ai livelli dei grandi nomi di una volta?

Guai se pensassi che non ci siano giovani che possono diventare grandi star del rock in futuro! Per fortuna il mondo è grande, è l’Italia che è piccola: ci sono pochi spazi per promuovere la musica o, vedendola da un altro punto di vista, ce ne sono tanti, ma sbagliati. Credo che in giro ci siano molti grandi musicisti, ma l’unico modo che hanno per farsi conoscere è suonare per le strade: la street music è fantastica, perché passeggiando per le strade di Berlino, Londra o New York puoi trovare dei musicisti straordinari. Suonare per strada a volte porta risultati migliori rispetto a partecipare ad una trasmissione televisiva, perché quando esci da lì torni a non essere nessuno.

Comunque attualmente ci sono davvero tanti musicisti straordinari che stanno crescendo: mi viene in mente Jack White, che è un musicista bravissimo, con un temperamento molto forte. Ti rendi conto che gli artisti più bravi sono quelli che sono consapevoli di quello che è il passato della musica: Jack White ha ereditato molto dal rock dei Rolling Stones e di Jimi Hendrix e traduce tutto con un po’ di modernità e con il suo modo di fare unico.


Una domanda un po’ “spinosa”: pare che ci si stia avviando verso la fine del monopolio della SIAE sui diritti d’autore. Lei cosa ne pensa?

Quando sento dire che finisce il monopolio di qualcosa sono sempre felice!  (ride, NdA) È sempre meglio avere la possibilità di scegliere tra più opzioni, non solo in ambito musicale, ma in qualsiasi aspetto della vita.


Lei era sul palco con i Pearl Jam durante il loro concerto all’Arena di Verona nel 2006. Com’è stato viverlo da quella posizione privilegiata? Che emozioni ha provato?    

Quella di stare all’asciutto perché pioveva! (ride, NdA) Poi è stato fantastico. In quel momento, come oggi, adoravo veramente i Pearl Jam e la loro musica: mi stimola tanto e mi sento parte del progetto Pearl Jam perché è nato anche un po’ con me. Essere sul palco con Eddie Vedder in un posto così sacro come l’Arena di Verona, in una serata magica, è stato straordinario, bellissimo. Non so come descriverlo, è stato fantastico.


C’è qualche artista con cui Le è piaciuto lavorare particolarmente? C’è qualcuno che invece ha tradito per qualche motivo la Sua fiducia?

Artisti con cui mi è piaciuto lavorare, praticamente tutti. Anche quelli con cui non condividevo l’aspetto musicale, ma non ha importanza: quando si fa questa professione bisogna essere capaci di promuovere qualsiasi cosa. Io ho lavorato anche per musicisti che non avevo mai preso in considerazione. Ad esempio, Renato Zero non fa parte della mia personalità musicale, ma quando mi è stato chiesto di lavorare per lui ho iniziato ad ascoltarlo e ho trovato che fosse comunque bello, anche se è un genere che non mi riguardava: quello che faceva era bello e fatto bene. Per cui anche lavorare con lui ha assunto dei toni positivi e mi sentivo coinvolto. Questo aspetto, comunque, riguarda tanti. Ho lavorato per Ivano Fossati, Al Bano, Francesco De Gregori, Fausto Leali, Fiorella Mannoia, Anna Oxa, e per ognuno di questi progetti trovavo qualcosa che mi facesse piacere e che mi facesse trovare quell’entusiasmo fondamentale per crederci e per riuscire nel progetto di promuovere questi artisti.

C’è solo un caso di una persona che mi ha deluso, perché ci credevo abbastanza: lo trovavo un buon musicista ma non lo trovavo all’altezza di fare un buon progetto. Questo era convinto che ce l’avessi con lui e invece, in realtà, io credevo nelle sue capacità e nel suo talento, ma mi rendevo conto che non era capace di esprimerlo. Lui si è convinto talmente tanto che ce l’avessi con lui, al punto da voler cambiare casa discografica solo che, dopo un po’, anche quella casa discografica è entrata a far parte delle mie competenze e quindi me lo sono ritrovato. Allora ha parlato male di me anche con i giornalisti. Lui è Morgan, ed è una persona che mi ha deluso tantissimo.


In Italia viviamo spesso di sentito dire. È vero, secondo la sua esperienza, che qui manca la passione per l’underground, ovvero per andare a scoprire le band emergenti locali?

È vero in parte, nel senso che una volta c’erano i veri personaggi che andavano in giro per i locali a scoprire le band. La figura del talent scout è nata all’interno della discografia e poi ha operato all’esterno delle stesse poiché diventava il manager delle band che aveva scoperto. Oggi è venuto a mancare il grande talent scout e quindi tu, quando fai musica, sei quasi affidato al video che uno sconosciuto ti fa con il telefonino e poi carica in rete.

Questa mancanza di conoscenza dell’underground è legata a questo: non c’è più nessuno che lo va a scoprire a meno che non ci siano quei momenti fortuiti in cui un giornalista, o qualcuno che è credibile nell’ambito musicale, vede qualcosa di insolito (in senso positivo) e ne parla facendo scattare una scintilla.


Ma quindi l’unico modo per farsi notare è il web?

Credo di sì, anche perché l’altra possibilità, che io trovo criminosa, è quella di andare a far la fila in televisione per apparire in uno di questi disastrosi talent show.


Come può una band, al giorno d’oggi, arrivare ad una grande etichetta e al grande pubblico?

Magari lo sapessi! Quello che vedo spesso negli Stati Uniti è l’esistenza di tante band regionali, tante realtà locali, coadiuvate dai media locali in attesa di superare i confini..

In Italia quello che potrebbe funzionare sono le realtà locali, come Vicenza Underground, che si prendono a cuore la bravura, il talento e la qualità della musica delle band e le aiutano a fare un percorso che le porta a farsi conoscere a livello locale: in questo modo si crea una concatenazione di eventi per cui le band stesse possono arrivare anche a realtà più grandi. Bisogna lavorare profondamente e quotidianamente, senza grande fretta ma senza rilassarsi troppo, per fare in modo che questo nome cresca.
La gavetta da fare è sempre quella: concerti, anche in piccoli club, anche per pochi soldi. Purtroppo oggi la realtà dei locali prevede che il musicista non venga pagato e che si porti anche il pubblico, e tutto questo è criminale. Però il musicista deve fare questa esperienza, che è anche umiliante, e deve suonare dove può, deve farsi conoscere nelle piccole realtà per poi allargare l’area.

Non esistono solo i talent show per arrivare al grande pubblico, anzi, i talent sono la morte della musica.


Lei era presente alla serata di presentazione di Animals dei Pink Floyd. Che idea si è fatto quando Roger Waters Le ha raccontato di The Wall, l’album a cui stava lavorando?

Intanto devo riconoscere che vi siete preparati benissimo. Devo ammettere che non ricordo molto quello che è successo, abbiamo parlato abbastanza quella sera, Roger Waters è un genio. Tutti loro sono dei geni, ho avuto l’occasione di lavorare con loro come Pink Floyd, ma anche singolarmente con Waters e Gilmour. Loro fanno parte di quel gruppo di artisti che ha dovuto scalare la montagna a pugni e gomitate, facendo fatica, ma quando sono arrivati in cima si sono accorti di quello che avevano creato e hanno potuto dedicarsi al 100% alla musica, con maggiore serenità, e sono riusciti a crearne di ancora più bella.


La musica ha lasciato sempre il segno nei periodi di forte crisi, come ad esempio War Pigs dei Black Sabbath e Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival. Cosa pensa potrebbe scaturire dal periodo odierno, in cui noi giovani siamo un po’ in difficoltà?

Trovo che sia un periodo triste e brutto, per quello che sta succedendo a livello internazionale ma anche in Italia, dove da 25 anni a questa parte si è bloccata l’ascesa della cultura e la gente non si appassiona a nulla se non alla televisione. Con queste premesse io mi auguro nasca una nuova Woodstock, mi auguro possa arrivare della nuova musica bellissima, mi auguro ci possano essere dei nuovi Frank Zappa e dei nuovi Led Zeppelin. Le premesse ci sono perché non ci siamo mai trovati così in basso, per cui aspettiamoci dei geni musicali che ci risolleveranno com’è successo in passato. C’è ancora speranza, sono un ottimista.


Guardando quello che propongono le radio, sembra che la musica moderna non abbia più niente da dire. Lei cosa ne pensa?

C’è un’area di musica, da “fast food”, che non raccoglie il mio interesse e che in Italia sembra essere l’unica ad avere spazio visibile, ma tanto io non guardo, ascolto.


Leggendo le vicende personali di molti artisti, sembra quasi che una vita difficile sia la condizione necessaria per fare musica che colpisce l’anima. Lei che idea si è fatto a riguardo?

Che il momento travagliato possa portare a creare musica migliore lo dice un artista: “scrivo canzoni tristi perché quando sono allegro, esco”. Tuttavia, c’è anche bella musica allegra e divertente che non è scaturita da momenti tristi. Indubbiamente l’ispirazione di chi scrive è legata, nel bene o nel male, agli eventi che lo circondano.
Dal nostro punto di vista, ognuno di noi sceglie la musica da ascoltare in base al proprio stato d’animo e non in base allo stato d’animo dell’artista.


Quale crede che sarà il futuro della musica rock, visto anche il crescente uso della musica elettronica?

Non saprei, secondo me il futuro della musica rock è legato allo stato di salute di Keith Richards! (ride, NdA) Finché ci sarà lui, esisterà il rock ‘n’ roll.
Mi piace l’elettronica all’interno di altri generi, ma non deve sostituire la fisicità del suono, non deve sostituire la batteria, il basso, la chitarra, che sono quelli che ti fanno vibrare quando ascolti la musica. L’uso troppo esagerato dell’elettronica non mi convince, deve entrare a far parte della musica marginalmente.


Pensa esista un momento buono per smettere di fare musica?

Non si può generalizzare. Uno come Ivano Fossati ha deciso di smettere di fare musica in un momento in cui stava lavorando molto bene. Dipende da molti fattori: ci sono persone che già a 25 anni sono la parodia di sé stessi e ci sono persone, come Keith Richards, che non lo diventeranno mai.

Di fronte a certe difficoltà, che possono essere legate ad una stanchezza di talento, mentale, o ad una stanchezza fisica, se hai la capacità di ritirarti riesci a salvare tutto quello che hai fatto fino a quel momento. Se vai avanti diventi la caricatura di te stesso, nessuno ti crede più e contamini anche quello che hai realizzato in passato.


Vista la Sua esperienza discografica e live, ha qualche consiglio per godersi al meglio un concerto live?

Credo che tu debba essere consapevole dell’artista che stai andando a vedere, però devi lasciarti sorprendere, devi lasciarti andare al concerto. Sarebbe bello andare da soli ai concerti, o con la persona con cui condividi tutto e che si meraviglia delle stesse cose che emozionano te.
I concerti ti devono trasmettere emozioni, perché è questo che li differenzia dall’ascolto dell’album che fai a casa. Non ha importanza cantare tutte le parole, essere in prima fila o vedere a malapena il palco, ciò che conta è come ti lasci andare alla musica.


Marianna ci ha suggerito una domanda: “Se non puoi avere sempre quello che vuoi dalla vita tu mi rispondi Rolling Stones, oppure?”

You Can’t Always Get What You Want è la canzone con cui ho vissuto la mia vita, per cui ti rispondo: you can’t always get what you want, ma se ci provi lo puoi fare.

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Informazioni sull'autore
Cecilia Nardi

Redattrice del Blog di Vicenza Underground.


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