Intervista a Massimo Bonelli - parte 1

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Intervista a Massimo Bonelli - parte 1

Lei ha alle spalle ben 35 anni di carriera discografica tra la EMI e la Sony. Qual è il suo ricordo più caro e perché?

In realtà ce ne sono tantissimi e ogni volta che me lo chiedono lo cambio! Già aver fatto un lavoro così importante è di per sé un ricordo caro. Forse l’episodio che mi ha colpito di più e che cito sempre è la serata passata con Cindy Lauper, con la quale avevo lavorato, che era venuta qui in Italia in seguito al tour mondiale per il suo album “True Colors”: il tour aveva attraversato l’Asia, l’Australia, l’Europa e aveva toccato città come Tokyo, Parigi e Londra. Ci siamo trovati a Bari, dove c’era stata una manifestazione: durante una cena, a notte fonda, io e lei abbiamo ballato su un tavolo mentre dei musicisti rock suonavano lì per noi.

Tutto questo in sé non è un granché, perché sono cose che succedono quando lavori con artisti e fai notte fonda: ne sono capitate tante anche con Bruce Springsteen e con altri! Cindy Lauper però è poi stata invitata al ad un programma televisivo americano di David Letterman, che, intervistandola sul tour mondiale appena concluso, le ha chiesto quale fosse stato il momento più bello. Lei gli ha risposto: “La notte folle in Italia in cui ho ballato tango sul tavolo con il mio amico Massimo è la cosa più bella che mi sia successa durante questo tour!”. Ecco, direi che essere citato da Cindy Lauper al David Letterman è il mio ricordo più caro.


Com’è diventato discografico? Che percorso ha fatto per approdare prima alla EMI e poi alla Sony?

Approdare alla EMI per me è stata solo una questione di fortuna. Anni fa trovare lavoro era molto più facile di quanto non lo sia oggi e per me è stato proprio una casualità: avevo conosciuto in un negozio di dischi un ragazzo che lavorava all’interno della casa discografica, ma che la stava lasciando per trasferirsi in Francia; allora gli ho detto “Bè, quasi quasi provo a propormi io!”. Ero vestito come un hippie all’epoca, con camicia indiana, zoccoli, pantaloni rosa a vita bassa, e questo ragazzo mi ha guardato come per dire “È un po’ improbabile!”. Io invece il giorno dopo mi sono presentato alla EMI e mi hanno assunto: se mi avessero guardato meglio forse ora non sarei qui! (ride, NdA)

Poi all’interno della EMI il percorso è stato molto diverso: sono entrato lì facendo di tutto e crescendo pian piano fino al 1985 quando ero a capo della promozione. In seguito sono stato “acquistato” dalla CBS, poi diventata Sony Music. Prima di passare alla CBS io avevo comunque deciso di lasciare la EMI e c’è stato un momento in cui sono quasi andato a lavorare per una televisione: si chiamava Deejay Television e trasmetteva video musicali. Il proprietario di questa televisione, Claudio Cecchetto, all’epoca era un mio amico e mi aveva invitato a lavorare con lui. Tuttavia, nel frattempo mi è arrivata una richiesta più importante da parte della CBS.
Ho iniziato alla CBS come direttore della promozione. In seguito, crescendo, ho ottenuto in gestione una nuova etichetta, la Epic, dove militavano artisti come Michael Jackson, Billy Joel, Cindy Lauper e più tardi anche i Pearl Jam. Ho fatto diventare la Epic una delle più importanti etichette anche in Italia, pareggiando quello che era il lavoro della Columbia, altra etichetta importante della CBS. Alla fine sono diventato direttore generale della Sony Music Italia.

Vi racconto tutto questo per sottolineare il fatto che non ho seguito un percorso ben definito e non ho nemmeno fatto determinati studi per poter vestire questo ruolo, come alcuni si potrebbero aspettare. A permettermi di arrivare qui è stata pura passione.


Negli anni ha conosciuto molti grandi artisti, rock e non solo, che per molte persone sono quasi degli “dei”, degli idoli irraggiungibili. C’è stato qualche episodio in cui invece l’ha colpita l’umiltà di un grande artista che ha conosciuto?

È una bella domanda, perché non sono molti gli artisti modesti: anche quando danno l’impressione di esserlo, spesso non lo sono realmente. Ci sono musicisti simpatici e meno simpatici, ma la modestia non è un loro pregio. Tuttavia, ci sono alcuni artisti che hanno raggiunto una capacità, un talento ed una notorietà tali da renderli modesti. Mi spiego: all’inizio, quando gli artisti devono farsi strada nel mondo del rock, della musica e dello spettacolo, sono più aggressivi, un po’ come in tutti i lavori; quando raggiungono un tale livello per cui non hanno più nulla da dover dimostrare, allora alcuni di loro diventano umili, ma molti non ci riescono nemmeno in quel momento. Tra gli artisti italiani non ne conosco nemmeno uno di modesto! (ride, NdA)

Tra quelli internazionali invece devo citarne due, che potrebbero essere padre e figlio, o fratello maggiore e fratello minore, che sono veramente straordinari per la loro coerenza e la loro umiltà, sia agli inizi sia quando sono arrivati ad una grande notorietà: sto parlando di Bruce Springsteen e di Eddie Vedder. Sono due persone veramente straordinarie, molto sensibili, molto capaci e anche molto modeste.


Quindi sono proprio come uno se li immagina? La loro non è solo scena?

Sì, sono così coerenti che si comportano sul palco come si comportano in qualsiasi altra situazione. Secondo me loro rappresentano un buon esempio per la folla di fan che hanno, perché sono due persone pacate, socievoli, capaci di fare le scelte giuste e straordinarie dal punto di vista sociale e musicale: tutto questo li rende veramente speciali.


Che cos’è per lei la musica, in particolare il Rock?

Cambio un po’ questa definizione, nel senso che per me la musica è Rock. Tutto il resto è un optional! (ride, NdA) Ovviamente ho lavorato anche con Al Bano ed artisti simili, ma si sa che un cuoco deve cucinare anche piatti che non mangerebbe. Ho lavorato per tutti, ma la musica che amo e che amerò sempre è il rock: nel mio cuore ci sono i Rolling Stones, i Pearl Jam, gli Alice in Chains, i Rage Against the Machine…c’è un po’ di tutto. Però mi piace anche quel tipo di genialità che, pur non avendo nulla a che vedere con il rock, denota una notevole bravura. Basta pensare ad esempio a Michael Jackson, che per me è un numero uno: quello che ha fatto lui non è mai riuscito a farlo nessuno.

Comunque non ha importanza che sia “rock” o meno, anche perché non amo le definizioni musicali come “prog” o “heavy”: il rock è una questione di emozioni, la musica è una questione di emozioni. E ti può emozionare una canzone di Billy Joel così come un pezzo dei Rage Against the Machine: si tratta sempre di rock in tutte le sue sembianze, dalla sua versione più calma e “terapeutica” fino a quella più eccitante ed elettrizzante.


Secondo lei, qual è il futuro delle etichette discografiche in Italia? Hanno ancora senso di esistere visto che ormai l’album non sembra più essere il prodotto di punta delle band ma è più un modo per vendere le emozioni che sono i concerti live?

Condivido in pieno questo punto di vista. Non so quale sarà il futuro delle etichette e purtroppo non sono nemmeno molto interessato, vista la strada utilizzata in questo momento per proporre la musica: sembra che la discografia abbia delegato alla televisione la scelta della musica, attraverso questa specie di concorsi che si chiamano “talent”. Se la scoperta di nuova musica d’ora in poi dovesse essere caratterizzata solo da questo percorso, a me del suo futuro non interessa niente.

Faccio un esempio con i libri: anche se nessuno in futuro dovesse scrivere più, c’è talmente tanto materiale da leggere che non sarebbe poi un così grande trauma. È sicuramente un dispiacere, perché sarebbe bello che i talenti, quelli veri e non “plastificati”, avessero la possibilità di emergere: questo vale sia per la letteratura, sia per la musica, sia per qualsiasi tipo d’arte. Però se il percorso è sbagliato, forse è meglio così. C’è già così tanta musica da ascoltare e tutti noi abbiamo delle carenze così enormi…non abbiamo giorni a sufficienza per conoscere tutta la musica buona che c’è.


Una domanda più personale per quanto riguarda il suo lavoro. Cosa significa essere l’ex direttore generale di Sony Music Italia, per quanto riguarda il piacere di svolgere questo lavoro ma anche la grande responsabilità che ne consegue?

Significa molto. Ad esempio, se uno diventa dirigente di Bankitalia e viene messo lì senza aver fatto la gavetta, deve solo sperare di avere un buon staff a disposizione che sia abbastanza intelligente da fare il lavoro per lui. Io invece ho fatto la gavetta, nel senso che ho fatto tutti i mestieri possibili all’interno di un’azienda musicale e discografica, dalla promozione ad accompagnare in giro gli artisti anche di notte. Fino ad arrivare alla direzione generale, che significa avere l’ultima parola sulla pubblicazione dei dischi, sugli investimenti da fare sui vari artisti e su tutto questo genere di cose. E non hai più nessuno a cui chiedere un suggerimento, ma lo chiedono a te, per cui devi avere le spalle abbastanza forti da saper dire anche di no: dire di sì è facile, soprattutto se si parla di soldi non tuoi ma di un’industria, mentre dire di no è difficilissimo. A dire di no ad un giovane sono capaci tutti, mentre dirlo a Francesco De Gregori o a Bob Dylan è molto più difficile.


Quindi a livello emotivo sentiva un’enorme responsabilità?

Sì, sicuramente. Però siccome ho una coscienza, anche politica, che mi sono portato dietro in tutta la mia carriera, non mi era così difficile capire cos’era giusto e cos’era sbagliato, soprattutto in un mondo in cui hai a che fare non con le macchine ma con le persone. Quindi ho avuto una grande responsabilità, ma non ho avuto molte difficoltà ad esprimerla.


Cosa ne pensa della critica musicale? Ha ancora senso oggi recensire le produzioni o crede che sia un ramo della stampa destinato a morire?

Avete ragione a dire che forse non ha senso oggi: con l’esistenza di Facebook e di tutti questi social, chiunque diventa un critico musicale; tutto quello che leggi sui quotidiani o sui social ha assunto un valore quasi ridicolo. Credo che ci sia un certo tipo di imbastardimento in quelle che sono le critiche, perché i giornalisti che fanno le recensioni sono gli stessi da 30-40 anni e quindi non hanno più una mente così libera per fare delle recensioni veritiere. É molto più libera la mente di quei ragazzi che si approcciano alla musica, ascoltano i dischi e scrivono ciò che pensano su Facebook. Sia chiaro: con questo non dico che ciò che loro scrivono sia giusto o sia vero, perché si tratta pur sempre di opinioni soggettive: a me può piacere un disco che a voi invece non piace. Ad esempio, io odio il punk, mentre per altri questo genere costituisce una ragione di vita. Trovo che il punk sia stato assieme alla musica da discoteca una delle più grandi piaghe della crescita della musica! (ride, NdA) A parte alcuni gruppi fantastici, mi sembra che il movimento in sé sia stato un po’ marginale.

Tornando alle recensioni, mi sembra che lo stesso problema di cui parlavo si ripresenti con la musica rap, ad esempio: vedo gente della mia età che commenta dischi di Fabri Fibra o Fedez e mi sembra assurdo perché credo che la musica rap, come anche il blues, debba essere vissuta. Il blues è nato a New Orleans, lungo il Mississippi, da gente con la pelle scura che ha faticato, ha sudato e ha sofferto: vedere pancioni pieni di birra, con la maglietta nera un po’ stracciata, che suonano nelle osterie è simpatico, ma non è la stessa cosa. Il rap è nato a Detroit, nelle periferie delle grandi città industriali, come “insulto” ad un certo tipo di società borghese. Poi però vedi certi ragazzi, che con i rapper condividono solo l’altezza dei pantaloni o i tatuaggi, che vanno a fare le sirenette in televisione: lì si può vedere la differenza tra un rapper che ha preso le cinghiate e uno che non ha mai sofferto in vita sua. Ecco, alla fine invece di rispondere alla vostra domanda mi sono messo a fare il recensore! (ride, NdA)


Rimanendo sempre su questo tema, parliamo di Bertoncelli, che è stato un grandissimo recensore. Quando ha fatto quella critica a “Stanze di vita quotidiana” di Guccini che poi ha causato l’Avvelenata, lei conosceva entrambi i personaggi. Ha potuto vedere entrambi i lati di questa storia? Com’è andata?

In realtà non ho seguito molto questa storia: mi sono ritrovato la canzone di Guccini tra le mani, l’ho ascoltata e devo dire che mi ha divertito. Io comunque ho una grandissima stima per Francesco Guccini, che reputo essere un grande poeta e una persona sincera, molto bella. Allo stesso tempo ho una grandissima stima anche per Riccardo Bertoncelli, perché quando ero ragazzino e mi capitavano i suoi libri tra le mani mi affascinavano gli aggettivi straordinari che usava per interpretare la musica: grazie a lui ho anche capito molte cose.

Quindi credo che siano entrambe delle belle persone: poi, nonostante ci sia stato qualcosa che ha originato una scintilla, la questione è diventata abbastanza divertente ed è finita sul ridere. Anzi, credo che Bertoncelli abbia vissuto una seconda giovinezza grazie al fatto che Guccini lo ha citato in una sua canzone.  Al contrario di Lolli, che ha detto che alla EMI erano tutti scemi: nonostante io mi sia riconosciuto nel testo della canzone, la cosa non mi ha portato grandi vantaggi! (ride, NdA)


Il bagarinaggio è un problema che si è aggravato molto negli ultimi anni, tanto che è diventato quasi impossibile acquistare i biglietti per i concerti di alcuni grandi artisti. Secondo lei come si potrebbe risolvere questo problema? Cosa ne pensa del fatto che sono veramente pochi i musicisti che si esprimono sulla questione e che cercano di contrastarla?

Confesso di essere un po’ impreparato, perché l’unico aspetto di cui non mi sono mai occupato è proprio la vendita dei biglietti per i concerti. Ho lavorato con molti personaggi che organizzano concerti, ma, non conoscendo le loro regole, non mi permetto neanche di giudicare il loro lavoro. L’unica cosa che posso dire è che una delle compagnie italiane che è stata presa di mira per questo problema, la Live Nation, ha al suo interno delle persone a mio parere molto belle e di una correttezza straordinaria.

A volte il problema di lavorare per una multinazionale, parlo anche per esperienza personale, è che sei costretto a fare delle cose che non condividi perché ti arriva un ordine dall’estero, ad esempio dai tuoi capi americani o da quelli inglesi: nonostante tu non condivida certe scelte, sei costretto ad obbedire se vuoi continuare a portarti a casa la pagnotta la sera.

Non so come siano andate veramente le cose, ma lungi da me accusare la Live Nation, perché so che sono delle ottime persone, dei veri professionisti, che probabilmente sono stati indotti a prendere certe scelte proprio perché rappresentano una multinazionale. Gli artisti questa cosa la sanno e spesso la condividono, quindi può darsi sia per quello che non si esprimono sulla questione.


Secondo lei è vero che oggi più che con gli artisti si parla con i loro avvocati? E che la musica di oggi è diventata più come il prodotto di un fast food, facile da reperire, da consumare e poi da buttare via?

Per quanto riguarda la musica di oggi non saprei darti un giudizio perché non la conosco, o meglio, conosco solo la musica di oggi che amo. Adesso, non essendo più legato ad una casa discografica, posso fare le mie scelte e quindi non ho mai ascoltato nemmeno una canzone di certi artisti che sento nominare spesso. Questo vale soprattutto per la musica italiana, per nomi come Emma Marrone ad esempio…non so cosa facciano, e sono anche felice di questo! (ride, NdA) Per cui non so dirvi se molta musica di oggi è effettivamente un prodotto da fast food, ma può darsi che sia vero dato che non mi ha colpito.

Per quanto riguarda la prima domanda, sono d’accordo. Uno dei tanti motivi per cui ad un certo punto il mio lavoro non è stato più divertente è proprio il fatto che, prima all’estero e poi in Italia, è venuto a mancare il rapporto tra il discografico e l’artista ed è stato delegato tutto all’avvocato. Alcuni di questi avvocati poi erano veramente noiosi, non capivano niente di musica e poco di italiano, quindi era veramente difficile farsi capire. In qualsiasi caso, non era più lo stesso mestiere.
Per fare bene questo tipo di lavoro devi essere appassionato: non un fanatico, ma semplicemente un appassionato. Io non potevo mai spegnere il telefono e non potevo prendere appuntamenti perché non sapevo se la sera sarei tornato a casa oppure sarei partito per un’altra città; gli artisti potevano chiamarmi anche alle 4 del mattino nel caso avessero avuto dei problemi (anche personali). Riesci a dedicarti a tutto questo solo se sei condotto dalla passione. Questa passione, che dalla musica si traduce in una professione, non riesci più a portarla avanti se ti trovi a discutere solo con avvocati: alla fine sfiorisce e perde quel valore per cui hai scelto di fare questo lavoro. Tra l’altro, come avete detto voi, alla fine anche la musica stessa ne risente.


Nel 1984 lei ha organizzato un incontro tra i Queen e la stampa, poco dopo la loro comparsa a Sanremo. Ciò che colpisce è il fatto che si siano mossi con quattro limousine diverse e non tutti insieme. Com’erano i rapporti all’interno del gruppo vista anche la fama leggermente maggiore di Freddie Mercury rispetto agli altri?

In realtà spesso quello che succede non è determinato dai rapporti all’interno del gruppo, ma da quello che devi far vedere alla gente. Ognuno di loro aveva non solo una limousine diversa, ma anche una guardia del corpo diversa, tranne Freddie Mercury, che doveva averne due. Tutto questo perché se sei una rockstar devi anche “fare” la rockstar: non è la legge ovviamente, perché Bruce Springsteen non fa queste cose pur essendo una rockstar, ma nella maggior parte dei casi succede. E questo l’hanno inventato ancora i Beatles: anzi, in realtà a loro è stato detto di fare così quando si è capito che appiglio avessero sui giovani. Anche Elvis Presley ha dovuto comportarsi in un certo modo per essere coerente con il personaggio che si era creato. In qualsiasi caso, tra i membri dei Queen c’erano ottimi rapporti, chiaramente guidati da quello che era l’ego di Freddie Mercury, una persona straordinaria con una bellissima voce. 

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Informazioni sull'autore
Cecilia Nardi

Redattrice del Blog di Vicenza Underground.


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