Intervista a GIORGIO TERENZIANI

Intervista a GIORGIO TERENZIANI
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Intervista a GIORGIO TERENZIANI

Giorgio Terenziani, JT, musicista professionista e stimato docente (coordinatore nazionale della sezione basso del Modern Music Institute). Esempio di come talento, studio assiduo, rispetto e passione per la musica portino lontano.

Da dove nasce la tua passione per la musica e cos’ha fatto scattare la scintilla?
La mia passione nasce grazie ai miei genitori. Mio papà è un collezionista, ha un sacco di vinili, e mia mamma suonava il piano. C’è sempre stata musica in casa e fin da bambino sono stato esposto a questa cosa.
La scintilla, invece, è scattata grazie a mia sorella maggiore che, intorno agli 8 anni, ha iniziato a suonare il piano. Ricordo questo episodio in cui, alla fine di un suo saggio alla scuola di musica, sono salito sul palco e ho provato la batteria. Dopo un colpo di cassa ho chiesto a mia mamma di poter imparare a suonarla, lei, saggiamente, mi ha raggirato dirottandomi sulla chitarra. Così ho iniziato a 9 anni a suonare la chitarra con la speranza di poter passare successivamente alla batteria.
Alle superiori, poi, degli amici mi hanno chiamato nel loro gruppo perché erano sprovvisti di bassista. Le date c’erano, mi hanno dato il basso e l’amplificatore e ci sono andato. A quel punto è scattata una seconda scintilla, ho ricominciato a suonare e ad andare a lezione e sono arrivato ad oggi.

Qual è la band, o l’artista, che più ti ha influenzato?
Devo darti due risposte.
La prima è che, avendo 37 anni ed essendo vissuto in un’epoca pre-internet in cui era difficile avere i dischi e le cassette, i gruppi un po’ conosciuti della zona (Fabbrico, ndr) sono stati molto importanti per la mia formazione. Quindi, sicuramente mi hanno influenzato i Mr. Pig (band attualmente composta da Giorgio, Michele Luppi, Michele Vioni e Corrado Rontani, ndr), dal cui bassista io andavo a lezione, e, in parte, i Mamamicarburo.
Se invece prendiamo le band estere, le due che mi hanno condizionato sono state i Mr. Big e i Dream Theater. Mi ricordo che studiavo la teoria e facevo esercizio perché volevo riprodurre i loro pezzi, avevo anche una cassetta con solo gli assoli dei Mr. Big.

L’insegnamento è una parte importante della tua professione, che tipo di insegnante sei? E che tipo di insegnante vorresti essere?
Figo! (risate, ndr). Non vorrei essere diverso da quello che sono perché so bene quello che sto facendo. Mi sento un insegnante fortunato perché gli studenti che vengono da me sono disponibili ad impegnarsi moltissimo, che è la cosa più bella del mondo. Quando vado a lezione devo essere sempre preparatissimo e stare loro addosso, perché è quello che pretendono ed è anche quello che si meritano.
Quindi sono un insegnante figo e fortunato.

Durante le lezioni come bilanci teoria e pratica dello strumento? Quanto tempo dedichi ad una e quanto all’altra?
Dipende dalla persona. Lavoro quasi sempre 1:1, quindi il mio metodo di insegnamento è custom. Io ho un programma, ma non seguo un programma perché ogni studente ha richieste ed esigenze diverse. Il ragazzo che ha già la band e sta registrando il disco vuole una cosa completamente diversa dal ragazzo che magari ha studiato un altro strumento e vuole imparare il basso.
Ritengo che la teoria sia importantissima per chi vuole fare il professionista, e ritengo che debba essere bilanciata con l’orecchio. La teoria, alla fine, serve per grammaticalizzare un’esperienza uditiva. È, quindi, fondamentale per chi vuole fare il musicista di mestiere, ma con chi vuole solo suonare e divertirsi non sono più di tanto puntiglioso.
Al momento, però, la mia priorità è quella di instradare al meglio la persona che ho davanti per poter trasmettere in maniera efficace le mie conoscenze senza creare dei miei cloni.

Quanto conta avere come insegnante un musicista di professione?
In termini di agganci conta molto poco, è una leggenda quella che il tuo insegnante possa darti un aggancio e inserirti da qualche parte.
Avere un insegnante che è anche un professionista del settore conta ed è importante quando vuoi fare il professionista, perché ti dice le cose del momento, ti spiega che devi imparare a farti i video e a registrarti. Con i miei allievi spesso spendo più tempo a parlare di social media, di suono, invece di insegnare le scale. Perché le scale si trovano ovunque, anche sul sito del vicino di casa e non hai bisogno di me per impararle, ti bastano due file e te le studi a casa.
Andare da un professionista serve per l’ottica che ti fornisce, non per gli agganci.

Quali sono i valori che più ti preme trasmettere ai tuoi allievi?
La dedizione e la passione.
In altre parole, spingi fino a quando vedi che ti diverti e che ti piace. Fai in modo che le due cose crescano insieme, la tua passione deve essere alimentata dalla dedizione che ci metti e la dedizione deve essere alimentata dalla passione. Nel momento in cui non ti piace, fermati, perché non è obbligatorio e prima di tutto devi sentirlo e volerlo fare.

Che consigli puoi dare a chi vuole iniziare a suonare il basso? E a chi, invece, suona già?
A chi vuole iniziare consiglio di trovare una band il prima possibile. Il basso è bello se suonato in una band, altrimenti alla lunga stanca. Da solo, a parte qualche caso, puoi reggere 1-2 anni, poi ti stanchi.
A chi già suona consiglio di diventare un musicista che suona il basso, non un bassista. Sii un musicista che può scrivere, che può fare i cori, che può richiedere agli altri componenti determinate parti. Fai in modo che lo strumento sia un mezzo per tradurre in musica le tue idee. La tecnica è importante, ma per un bassista generalista anche uno strumento armonico complementare è fondamentale per capire e interiorizzare tutto il mondo armonico.
Il bassista deve essere preciso e fare bene l’accompagnamento, il resto è un di più che caratterizza ogni musicista. Il basso fa da link tra la parte puramente ritmica e senza note e la parte armonica. Per una questione di frequenze, le note basse sono talmente vicine che, se non le prendi giuste, suoni una cosa diversa e gli altri strumenti “crollano”. Quindi tutti i bassisti devono essere solidi ed affidabili.

Fare il musicista professionista quanta dedizione richiede? Che consigli daresti a chi vuole fare della musica il proprio mestiere?
Richiede tutta la dedizione che hai.
Innanzitutto devi saper suonare tecnicamente bene ed essere in grado di gestire lo strumento. Ma questa è la base, è scontato.
Per fare questa professione sicuramente devi saperti registrare il meglio possibile al minor costo possibile. Il meglio possibile deve essere affinato fino ad arrivare al livello di un disco vero, il minor costo possibile deve essere decente. Anche perché avrai a che fare sia con quelli che vogliono un lavoro finito in tempi rapidi e a basso costo, sia con quelli che vogliono un lavoro con la stessa qualità dello Sterling Sound di New York.
Devi essere in grado di farti dei video, e quindi di riprenderti, fare i sync e montarti il video da solo tramite un software perché il mondo va verso i video. Poi devi saper gestire il mondo informatico.
Tutte queste competenze servono per poter scegliere, in un secondo momento, il professionista giusto per avere il risultato che cerchi a costi più contenuti di quelli che avresti facendo tutto da solo.
E infine dipende dal musicista che vuoi essere.
Se vuoi fare il turnista devi curare di più l’aspetto dello strumento e dei suoni, perché è quello che vendi. Se vuoi lavorare con i marchi devi fare i video perché il marchio richiede visibilità.
Per uno che si affaccia al mondo della musica è importante avere tutte le competenze di base necessarie, poi le skills verranno migliorate con il tempo e diventerai più bravo nei settori che più ti servono per il tuo lavoro.

Per una band è più importante rivolgersi al pubblico di fan affezionati o deve puntare a quella grande fetta di pubblico che si fa influenzare dalle mode?
Se avessi una risposta corretta costerebbe 10000 euro (risate, ndr). La risposta vera è “non lo so”, credo che entrambi i modelli vadano bene.
Le nicchie hanno un senso, c’è questa teoria della coda corta per cui ti bastano 1000 fan “reali” che acquistano il tuo prodotto per vivere bene. Ci sono quelli che si stabiliscono nella nicchia, delle volte è più facile perché questa va di moda. Ci sono altri che, invece, cavalcano l’onda della moda modificando la propria sensibilità verso quello che fa tendenza.
Per quanto mi riguarda credo sia un lavoro di coerenza, altrimenti non lo fai per mestiere. L’hobby, la passione e il lavoro si mischiano così tanto che non lo fai per un numero di ore alla settimana, lo fai per tutte le ore in cui non dormi, ma non è un peso. Te stesso e il tuo essere musicista non sono due entità separate, per cui nel tempo libero suoni, provi della strumentazione, stai in studio. Io ho una vita, esco, ma se un sabato sera non ho voglia, mi chiudo in studio a rifare i suoni per il live anche se non li noterà mai nessuno a parte me. Mi piace, mi fa stare bene, è tempo di qualità. Ed è una cosa di nicchia.
Quindi, consiglio ad una band giovane: fai quello che ti senti, ma fallo davvero. Ci sono moltissime band impensabili che sono esplose, hanno la loro nicchia e vivono bene.

Internet è una vetrina: permette di conoscere e vedere molti più gruppi ma, allo stesso tempo, crea lontananza dal punto di vista umano. È consigliabile per le band ricercare e ricreare una scena musicale underground simile a quella che c’era anni fa?
No. Secondo me l’onda digitale non è ancora arrivata, non siamo al top dell’era digitale, quindi non è il momento di fare un percorso vintage all’indietro. Questo è il momento di surfare l’onda.
La scena locale, ormai, è il web. Ci sono band che lavorano talmente bene sui social da ricevere le proposte delle Label, pur facendo pochissimi live solo per avere il materiale sufficiente da postare online.
Sarebbe bello tornare al 2000 quando la band investiva, acquistava un impianto e suonava più che poteva. Oggi è impossibile, i locali sono troppo pochi e la concorrenza di chi ha un video su YouTube è tale per cui o non suoni o non ti viene a sentire nessuno. Pensate alla vostra esperienza, se leggete di una band nuova la prima cosa che fate è andare a vedere su YouTube un video e se non vi piace non ci andate. Quindi, se non sfrutti queste piattaforme e non ti posizioni, semplicemente non ci sei. Le band della vecchia guardia godono, ancora per poco, dell’aver vissuto nel mondo reale e dell’aver creato una rete di rapporti umani con i fan.
Se una band della tua adolescenza torna a suonare e fa un album, tu vai a vederli e compri il CD come testimonianza dell’esperienza. Ma per le nuove band questo link non c’è e non ci sarà, perché non esiste più quel mondo.
Ad esempio, se fai un’analisi del crowdfunding il CD, tra le varie proposte, è la cosa meno richiesta. Ormai c’è gente che paga per ricevere gli auguri di compleanno, per avere la maglia personalizzata con il nome, ma il CD tra Spotify e YouTube è gratis, è diventato una pubblicità per vendere dell’altro.
Si inizierà a vendere esperienze, che sono i live, perché il commercio della musica non c’è più. Non puoi convincere i più giovani, che vivono in un mondo di app gratuite, a comprare un album. Quello lo devi rilasciare gratuitamente e poi farai pagare dell’altro per cui saranno disposti a spendere, come ad esempio il concerto privato.

Con il sopravvento dei social le band più recenti hanno mostrato un grandissimo divario tra la resa in video e la resa in sede di live, sia in termini di suoni sia in termini di presenza scenica. Cosa ne pensi?
Questa situazione è un metro importante per capire quanto la band è matura. Al giorno d’oggi non è tanto complicato fare un disco fatto bene tecnicamente. I pezzi vengono sistemati dal produttore e in studio suoni con la migliore strumentazione disponibile.
Le band che in sede di live non suonano minimamente come il disco, perché i suoni e la strumentazione sono diversi da quelli usata in sala d’incisione o perché non si sanno equalizzare, danno un forte segnale d’immaturità.
Lo stare sul palco, invece, è una questione più complicata, dipende dal tuo mood.
Se sei freddo e tendi a non coinvolgere il pubblico, puoi tranquillamente fare il tuo e poi tornare a casa. Se il tuo mood è più “ignorante” e tendi a rendere partecipe anche chi ti guarda, devi farlo sia che ci sia il tuo pubblico, sia che ci siano due ubriachi che ascoltano jazz mentre tu proponi metal. Se sei un blackster con il face painting ti presenti sul palco così anche alle due di pomeriggio.
A me dà fastidio quando c’è una deriva del mood in favore del puro e semplice intrattenimento, e in Italia si vedono spesso gruppi che si comportano come animatori altrimenti non suonano. Soprattutto nella musica originale, o hai l’attitudine “ignorante” perché sei così, o risulti posticcio.

Quando sei in tour sei lontano dagli affetti, come gestisci la lontananza e le relazioni?
Male. Come tutti le gestisco male.
Intanto perché sei via e sei contendo di esserlo, e già questo è un problema. In più, quello che fai fuori è una figata. Inizi anche a staccarti da tutti i rapporti. Le persone sanno che sei via e non ti chiamano più, e tu ti sleghi dai rapporti ed inizi a vivere il mondo di chi sta sempre via, che è un mondo diverso. Inizi a frequentare altri posti, inizi a frequentare le altre band in tour e cominci a creare una nuova rete di rapporti umani con quelli che stanno in giro come te. Per mesi la tua casa e il tuo spazio privato sono il camerino, quando torni sei alienato.
Io comunque sono molto legato allo stare qui, agli affetti. Ogni tanto lo ripeto: si parte per tornare, si parte per fare esperienza e tornare cresciuti. Non si parte tanto per partire, altrimenti sarei andato via dieci-quindici anni fa.

Recentemente sono ritornati i Mr. Pig. Com’è stato riprendere a suonare con questa band dopo le evoluzioni che hanno subito le vostre carriere e dopo aver fatto esperienze importanti?
I Pig sono casa mia.
Avevo 19 anni, il loro bassista era il mio insegnante e mi hanno chiamato per sostituirlo quando lui ha lasciato per fare l’ingegnere. Per me è la cosa più facile del mondo suonare con i Mr. Pig e suono ovunque “alla Mr. Pig”, perché sono cresciuto lì. Mi devo fare una grande violenza per non suonare così.
Nel 2013, quando Andrea Martongelli mi ha chiamato negli Arthemis, ho subito messo in chiaro che il mio modo di suonare è quello.
È stata una festa tornare a suonare con loro, anche se va benissimo suonarci poco perché siamo tutti dei caratterini abbastanza “croccanti”, soprattutto io e Michele. Quando andiamo in team siamo una forza della natura, ma quando non siamo d’accordo ci viene del brutto grosso (risate, ndr). Tra l’altro abbiamo due modi di fare completamente diversi quindi diventiamo due mondi incomunicabili. Per fortuna non capita quasi mai.

Svelaci come ti è venuta l’idea dei led sul basso.
Era il 2003, stavo cercando un secondo basso perché ne avevo solo uno di qualità. Avevo già provato tutti i bassi dell’universo quando ho visto sul sito di un marchio di bassi che già avevo dei modelli con i led. A quel punto ho detto “lo voglio!”, non mi interessava il prezzo, lo volevo. Fine.
Ora racconto questa storia che, siccome il bassista non lo calcola mai nessuno, con i led la gente ti guarda, ma è postuma. La verità è che l’ho visto, mi piaceva e l’ho comprato.
Per cui nel 2003, la prima volta che ho acceso i led durante un live sono impazzito. All’epoca i led sul basso non li aveva nessuno, non si vedevano, quindi la gente è rimasta un po’ perplessa e gli altri (i Mr. Pig, ndr) mi hanno preso abbastanza in giro.

Puoi raccontarci qualche aneddoto della vita on the road?
La prima data dei Mr. Pig con un’agenzia di Milano. Ci mandano a suonare a Cuneo. Io e Michele sbagliamo strada e ci impantaniamo in un vigneto con il furgone carico di strumenti. Il proprietario deve venire a recuperarci con la catena. Siamo arrivati al locale con 2 ore di ritardo e abbiamo suonato malissimo. Quando si dice “partire con il piede giusto!”.

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
Ho in programma di rifare i video per un metodo didattico che ho pronto da qualche tempo.
Poi voglio tornare a scrivere musica mia, coinvolgendo determinati musicisti per le loro capacità. Voglio agire come un regista.
E poi continuo a tenere aperto il calendario date con i Mr. Pig, che sono una valvola di sfogo per divertirci suonare senza pressioni.

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Informazioni sull'autore
Laura Maretto

Blogger per VicenzaUnderground e speaker di Vi.U radio.

In onda tutti i martedì dalle 21.00 con Rock Graffiti!


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