Il linguaggio dell'immagine secondo Greenaway

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Il linguaggio dell'immagine secondo Greenaway

Peter Greenaway: pittore, regista, sceneggiatore. Mai sentito. Eppure è considerato uno dei più significativi cineasti contemporanei. Mi sento, e forse sono, veramente ignorante. O meglio, analfabeta.

Greenaway lo sa, capisce che, come me, altre persone sono ignoranti, non sanno di lui e del suo cinema e ci definisce “visually illiterate”, analfabeti visivi. Non ci accusa, non usa tono spregiativo, constata che la nostra società non conosce veramente il visivo, lo soppianta a vantaggio del testo. Fino a 10 anni un essere umano può in tutta libertà cantare, disegnare, danzare. Poi l'insegnante richiede una sorta di serietà: bisogna occuparsi del testo. Cantare, disegnare, danzare diventano arti che per essere comprese necessitano di un testo. E il testo distrugge l'immaginazione.

È tutto sbagliato, perfino la Genesi sbaglia. “In the beginning was the word. WRONG WRONG WRONG!” continua Greenaway, arrabbiandosi con il testo biblico. Come può Adamo aver avuto parola prima di vedere, toccare, annusare le cose? Facciamo della parola l'unico modo di conoscere e comunicare le cose, scalziamo tutti i sensi primordiali in favore del testo, che pure giunge più tardi nelle nostre vite. È per questo che il cinema di Greenaway è sconosciuto ai più, perché ricorre in minor misura al linguaggio verbale, al fine di comunicare maggiormente con quello estetico. Che è meno immediato perché la nostra comunicazione, ogni giorno, in ogni istante, anche qui, mentre state leggendo, mentre sto scrivendo, si basa sul testo.

I film di Greenaway vanno oltre il testo: il regista cerca di intessere le immagini per trovare un legame, un filo nel loro contenuto, che sia, naturalmente, soddisfazione per il pubblico. Ce lo dimostra proiettando spezzoni di sui film: I misteri del giardino di Compton House, Il ventre dell'architetto, Lo zoo di Venere, Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante. Si sofferma, poi, su The Falls: si tratta di un falso documentario, diviso in 92 parti, in ciascuna delle quali è intervistata una persona, per un totale di 92 persone coinvolte in un misterioso incidente su vasta scala. Il titolo può significare sia “le cadute” sia “i casi” e inoltre “Fall” è radice ricorrente di molti cognomi dei protagonisti. Inevitabile è l'associazione con la caduta e la degenerazione dell'uomo, in un'elencazione di casi umani portata all'assurdo sino al numero 92. Il numero atomico dell'uranio.

Greenaway spiega il suo interesse per l'uranio, elemento tanto utile quanto distruttivo: l'uranio presenta in sé la grande dicotomia tra bene e male, tra paradiso e inferno, e il suo numero, il 92, è molto importante per il regista, interessato, quasi ossessionato con i numeri, con le proporzioni, con la conoscenza enciclopedica del mondo. Così chiude l'incontro con un'installazione potente, angosciante, brutale: Atomic bombs on the planet Earth.

Tra il 1945 e il 1996 si contano 2201 esplosioni atomiche accertate. Greenaway le riproduce in un video di una decina di minuti, proiettato in due mega schermi: il volume è altissimo, l'Olimpico vibra, le espressioni degli spettatori sempre più allarmati, illuminati ad intermittenza ogni volta che una delle 2201 bombe atomiche esplode. Potente, angosciante, brutale, l'immagine lascia il segno, il testo non suscita più interesse. Non è importante in che giorno, a che latitudine, in quale stato del mondo sia esplosa la bomba: l'esplosione c'è, questo può bastare a colpire il pubblico che si sente da un lato impotente di fronte ad una tale distruzione, dall'altro colpevole di appartenere all'umanità stessa che l'ha prodotta.

 

Recensione dello spettacolo "The Atomic Number of Uranium is 92" di Peter Greenaway andato in scena Domenica 17 settembre 2017 al Teatro Olimpico di Vicenza.         

 

 

   

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Eleonora Gianello


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