Epifanie dal Fronte - Dialogo di una guerra dentro di noi

Epifanie dal Fronte - Dialogo di una guerra dentro di noi
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Epifanie dal Fronte - Dialogo di una guerra dentro di noi

Rosso. Vicenza. Ancora rosso. Acqua. Donne. Anime. Lacrime. Lettere. E ancora rosso.

Poche sensazioni in pillole per descrivere il progetto presentato a Vicenza a cura di M. Camani e M. Scaccia: un percorso di quasi un mese che colora il centro storico di curiosità e domande, dove l'arte contemporanea incontra non solo la storia ma anche chi di storia non si è mai occupato.

Epifanie dal fronte si concretizza in un circuito di cinque installazioni che, attraverso un profondo dialogo con l'ambiente che le ospitano, spingono lo spettatore dentro un teatro di sensazioni difficili da provare in un centro città illuminato a festa. Di fatto, ciò che viene proposto è la possibilità di vedere, toccare, calpestare e annusare l'opera contemporanea e come essa si materializzi all'interno dello spazio abitato del quotidiano. La stranezza nella normalità. La piazza incosciente che ospita l'inatteso. E così il dialogo parte, si fa strada tra le bancarelle natalizie di corso Fogazzaro e arriva alla Loggia del Capitaniato di Piazza dei Signori, dove ci aspetta un tintinnio dorato e luccicante di trecento chili di bossoli, calpestabili come un tappeto erboso. Uno schiaffo in pieno viso, un conato di nausea che ci catapulta all'interno di un universo lontano eppure così fisicamente presente: la trincea. Trecento chili di ferro mortale per riflettere su cento anni di storia, su un passato troppo pesante per essere lasciato finalmente alle spalle.

Attraverso gli occhi di un girotondo infantile che chiede spazio per giocare, le lettere di una storia d'amore che cerca di resistere alla vita, le lacrime delle madri che si mescolano al fiume del sangue dei loro figli, così dialogano installazioni e palazzi, pubblico e ambiente, tra vari punti di vista che spogliano la guerra e la mostrano per quello che è: continuo morire. La decostruzione artistica divide il problema in sguardi diversi e aiuta lo spettatore a vivere tante storie differenti, per sentire sulla propria pelle lo sporco della terra di trincea e il profumo di sapone dei panni lavati a mano. Una demitizzazione che toglie eroicità storica a ciò che in sintesi è solo morte.

Tutti i caduti, L'Attesa, Girotondo, Figli della Guerra, Trincea. Un percorso fatto di verità scomode che si inserisce nella più accomodante delle domeniche vicentine.

Il movimento di dialogo tra prima e dopo, ambiente ed opera, si avverte principalmente in due delle installazioni più commoventi: Figli della guerra e Trincea. Installazioni opposte per caratteristiche ma identiche per forza espressiva, la prima si inserisce aggressivamente nel panorama della città. Tre semi neri di dolore che nuotano nel sangue versato dai loro figli. Le Troiane di Euripide cantano le urla di tutte le donne del mondo, delle sorelle, delle figlie, delle madri, delle nonne. Cantano perché è l'ultima cosa che possono ancora fare, incastrate in quel ruolo che le rilega a portatrici del lutto. Ed è la Donna l'unica in grado di poter cogliere il significato di questo dolore, l'unica in grado di ascoltare le urla strazianti, l'unica in grado di poter descrivere questa barbarie. Scritto e interpretato da chi è stata figlia e da chi sarà madre, le attrici di Kitchen Project ci bagnano del sangue di tutti i caduti del mondo, facendoci avvertire la puzza di morte che ci affianca da oltre cent'anni. Un incrocio di spazi e tempi lontani, che si intersecano davanti agli occhi di decine di Uomini ammutoliti, che osservano le loro Madri passate piangere le loro morti future.

Con Trincea la violenza ci piomba addosso tra uno Spritz Aperol e una pausa caffè. Con un'installazione itinerante, che cambia forma ma non contenuto a seconda del locale ospitante, Trincea si presenta come un semplice tavolino apparecchiato per il pranzo. Stoviglie da campo che disturbano l'aperitivo vicentino e ci dimostrano come la guerra non possa essere trincerata solo dentro ai ricordi. Una violenza muta che lascia lo spettatore con il bicchiere a mezz'aria, tra le risate e le battute di chi non capisce come tanta gente faccia la fila per guardare “quattro pezzi di latta”. Una verità macabra che si scontra con l'ingenua ignoranza di chi non vuole vedere il posto vuoto lasciato dal soldato e preferisce continuare a brindare. E forse, se chiudere gli occhi aiuta a sopravvivere, è meglio così.

Tornando a casa, percorriamo una fredda sera lungo Corso Palladio cercando di rientrare a fatica nella normalità di ogni domenica pomeriggio. Ma è difficile. M. Camani e M. Scaccia insieme ad Ossidiana, Centro Culturale e di Espressione, e Kitchen Teatro indipendente, ci hanno dimostrato come la guerra sia ancora viva nonostante la morte che si porta dietro. Un'esperienza necessaria per prendere coscienza di noi stessi e delle nostre radici, per quanto insanguinate siano. Giovani che raccontano di giovani. Attuali figlie e future madri che si caricano sulle spalle la responsabilità di una generazione, per svegliare a suon di schiaffi una città ancora troppo dormiente.

Con Epifanie dal fronte nasciamo di nuovo, più grandi, o forse addirittura più vecchi. Nasciamo più veri e consapevoli di essere solo uomini e donne davanti ad un dato di fatto: vivere non è come morire. In sintesi una qualità del lavoro che, lontana da ogni giudizio politico fine a se stesso, ci lascia sperare in una Vicenza capace di mettersi in gioco. Siamo tutti spettatori di una rinascita che ha tardato ad arrivare, un Underground non solo musicale ma anche artistico, politico, poetico, letterario. La dimostrazione che qualcosa si muove, e lo sta facendo nel migliore dei modi. In conclusione un evento che termina con un grande, meritatissimo applauso e la richiesta di un bis, perché Vicenza merita talento. E il talento di M. Camani e M. Scaccia merita di essere mostrato.

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Informazioni sull'autore
Andrea G. Girardi

Direttrice del Blog di Vicenza Underground


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